Che crisi!

  • Che crisi!

Quando ero adolescente, come (presumo) quasi tutti gli adolescenti, ero piuttosto poco aperto alle idee o agli interesse dei genitori (sicuramente se queste riguardavano) le questioni di linguistica.
Quando mia mamma mi diceva “L’etimologia di questa parola è…” facevo come ogni ragazzo che, per capire chi vuol essere, parte dal dire chi assolutamente non è (prima di tutto non è i suoi genitori) e quindi mi annoiavo.
Vai ad immaginare che 15 anni dopo (quindi un po’ di anni fa) mi si sarebbe sviluppata una curiosità molto forte per la derivazione delle parole e per le trasformazioni cui sono sottoposte dai popoli (il nostro, nella fattispecie) portandole al significato corrente.

E’ esattamente il caso della parola crisi.
Quante volte diciamo “Siamo in crisi”, sottolineando con queste parole una difficoltà e soffermandoci solo sull’aspetto dolente, confuso, difficile di questa parola (meglio, di questa fase della nostra vita).

Vediamo la definizione di crisi:

crì-si
Momento difficile, forte turbamento
dal greco: krisis scelta, da krino distinguere.

E’ evidente che noi usiamo la parola crisi come un momento difficile, un forte turbamento: è meno evidente che i significati delle parole da cui deriva significhino scelta e distinguere.

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Come sottolinea quest’articolo la stragrande maggioranza delle persone ricerca nella vita un equilibrio (anche quando è dinamico).
Purtroppo può accadere che per qualche evento, personale, lavorativo o di altra natura, questo equilibrio possa essere non solo perturbato, ma anche rotto.

In uno stato di rottura di solito si percepisce messa a repentaglio non solo la propria tranquillità, ma anche la propria “sicurezza (emotiva o materiale)”; quando si avverte uno stato di questo genere si cercano di mobilitare le nostre difese in soccorso del danno (anche solo la sensazione di pericolo) ricevuto.
Purtroppo nel momento stesso in cui si alzano le difese, in qualche modo si “rifiuta” ciò che la vita ci ha portato (ci arrabbiamo, ci scoraggiamo, ci interroghiamo su cosa abbiamo fatto di male o su dove abbiamo sbagliato, assumiamo comportamenti o abitudini poco utili o alle volte eccessivamente pericolosi,etc.).
Le emozioni e le sensazioni (spesso negative) che derivano, a loro volta, da questi atteggiamenti ci confermano in qualche modo che è avvenuto qualcosa che è proprio brutto.
E allora, ecco, ci diciamo in crisi.

Sono convinto che una parte importante del lavoro svolto in psicoterapia sia riuscire a mettere le persone in quello stato ricettivo che sia capace di accogliere i momenti difficili (le crisi?) e, ancor più, mobilitare le energie perchè le cose (anche quelle potenzialmente rischiose: un amore, un cambiamento di vita, etc.) accadano.
E vedere questi periodi per quello che profondamente possono essere: opportunità.

Opportunità di cosa?
Di cambiamento, di sentire sempre di più chi si è in profondità, di capire il senso del nostro posto del mondo.

E dov’è il potere della crisi in tutto questo?
Credo che (molti di noi) passiamo una vita che è un bilanciato compromesso tra il reggere agli urti dell’esistenza  e avvicinare più possibile noi stessi a chi vorremmo (o crediamo di voler) essere.
Ecco: quando arriva un evento difficile (parlo anche di eventi molto difficili, come i lutti) una parte molto importante di noi viene messa in discussione, viene ferita, viene messa a dura prova facendoci la domanda: “Ma, per stare così male, per il dolore che emerge dalla messa in discussione di questa parte così intima (il modo affettivo in cui abbiamo provato a vivere la nostra vita), chi siamo davvero noi?”

Ecco, se proviamo a dare risposta a questa domanda, non solo avremo un lenitivo al dolore, ma apriremo una finestra verso noi stessi e verso il futuro per continuare ad evolvere verso un altro punto di equilibrio, probabilmente momentaneo.

Se torniamo alle due parole, scelta e distinguere, devo dire che la prima rimanda ad un senso di responsabilità verso se stessi (ed il bene che riusciamo a volerci) e la seconda rimanda tra varie distinzioni (tra ciò che voglio e ciò che non voglio; tra ciò che sono e ciò che non sono; tra un prima e un dopo).
Senza crisi non ci sarebbero prima e dopo: sarebbe, sempre e inevitabilmente, lo stesso mondo.
Sempre uguale a sè stesso.

E’ vero, sottolinea l’articolo, non è semplice andare in questa direzione.
Che fare?
Prima di tutto riappropriarsi di un ascolto profondo di se stessi, delle proprie emozioni e desideri, a partire anche dal riconoscimento di quelle sensazioni corporee alle quali spesso non diamo attenzione. È un modo per ricontattare e lasciar andare le nostre emozioni come la vergogna, la tristezza, la paura, la rabbia, la gioia: emozioni che spesso sono bloccate nel corpo.

E se è vero che ogni mutamento personale non è indolore, è anche vero che ogni dolore può portare mutamento.

«Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere “superato”. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla»

Il Mondo come Io lo Vedo, Albert Einstein, 1931.

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- Luca Leoncini

1 Comment

  • Chiaralice Rispondi

    28 novembre 2016 at 16:53.

    La crisi del rapporto con il proprio passato può essere la via di accesso al presente, perché si può creare una distanza che aiuta a conoscerlo, quel passato, a leggerlo. Per Agamben il solo luogo in cui il passato può vivere è il presente.
    Quando Gareth Evans scrive a John Berger una poesia che si intitola “Hold everything dear”, ad un certo punto leggiamo: “…memory that grows into a shape the tree always knew as a seed […] “the child who reaches for the truths beyond the door…”. Accenna ad un trasformarsi ad un emanciparsi. Questo aspetto è importante per me e lo racconta bene Rancière: “l’idea di emancipazione non è solo l’idea che ci si libera da una costrizione, ma l’idea che ci si libera della propria incapacità.” In questo siamo creatori perché “spostiamo”, “risistemiamo” diversamente qualcosa che già c’è e spesso possiamo farlo a partire da uno sfasamento, una crisi.

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