La Festa dei Morti.

“(…) Sappiamo che è così, ma non vogliamo vederlo. Ecco allora che ne consegue l’atto di rimozione collettiva di cui l’occultamento dei morti è espressione.
Al contempo non è facile stabilire con precisione che cosa venga represso. Non può essere la morte in sè: la sua presenza nella società è troppo vasta. Il numero di morti che al giorno viene sciorinato sui giornali o mostrato nei telegiornali varia leggermente in base alle circostanze, e dal momento che appare su così tanti canali, è praticamente impossibile sottrarvisi. Eppure quella morte non sembra così minacciosa. Al contrario è qualcosa che desideriamo, e per cui siamo disposti persino a pagare per poterla vedere. (..)
Questo significa che ci sono due tipi di morte o che esiste una contraddizione tra la nostra idea di morte e come essa si manifesta veramente, il che implica quanto segue: l’idea della morte è talmente ancorata nella nostra coscienza che non soltanto rimaniamo scossi quando vediamo che la realtà se ne discosta completamente, ma tentiamo anche di nascondere questo fatto con tutti i mezzi. (…)
Altrettanto sorprendente quanto il fatto che tutti i cadaveri vengono nascosti è quello per cui vengono portati il più in fretta che si può a livello del suolo. Un ospedale che li sposta verso l’alto, che predispone le proprie sale per le autopsie e l’obitorio ai piani alti delle propria strutta, è pressoché impensabile. I morti sono conservati più vicino possibile vicino al terreno. E lo stesso principio viene trasmesso anche agli istituti che se ne occupano: una società di assicurazioni può indubbiamente avere i propri uffici al settimo piano, ma non un’impresa di pompe funebri. (…) come se l’altezza e la morte si escludessero a vicenda. Come se noi possedessimo un istinto ctonio , qualcosa di così profondamente radicato da spignerci a condurre i nostri morti giù, verso quella terra da cui siamo venuti.”

(Karl Ove Knausgard, La morte del padre).

I primi capoversi di questo fortunato best seller si collegano in maniera molto forte col mio ultimo post (A Brand New Ending) e con la giornata di oggi, 2 Novembre.
Le parole che aprono il libro mi avevano colpito molto; vi avevo scorto due cose forse in contrapposizione tra loro, ma entrambe fortissime: la sacralità della destinazione dei morti (la terra) e il desiderio (il bisogno?) per la nostra società di non avere la Morte sempre davanti agli occhi.
E’ piuttosto evidente che facciamo parte di una società che tende a rifiutare l’integrazione della morte nella vita, portando alle più nefaste conseguenze il “quando ci sono io non c’è Lei, quando c’è Lei non ci sono io” di Epicuro (detto con tutt’altro intento).
La stessa Festa dei Morti che si celebra oggi è veramente una festa?
Si può dire Festa quando l’oggetto della festa ci spaventa così tanto da relegarla (come si fa con gli obitori, tenuti lontano dalla vista) ad un giorno l’anno? Si può chiamare festa un qualcosa che ci ricorda chi non c’è più e chi ci da tristezza?

Forse si, si può.

Si può se si riesce ad integrare la Morte NELLA Vita, e non alla fine della Vita.
La Morte come promemoria, come sprone, come spinta, come confronto, come Specchio.
E per integrare la Morte (nostra) è forse necessario integrare anche quella dei nostri cari, di chi ci ha preceduto su questa terra, su chi ci ha indicato la via diventando (in un modo o nell’altro) nostro maestro. Qualcuno che ci ha insegnato qualcosa, non foss’altro che con la sua scomparsa.
Nonni, genitori, fratelli e sorelle, amici che non ci sono più ci danno molto dolore.
Ognuno di noi elabora come può questa sofferenza: c’è chi è solo arrabbiato, chi nega le emozioni e non si affeziona più a nessuno, chi dice di esser in contatto con loro continuamente, chi manifesta calma perchè “tanto non c’è niente”, chi fa ancora altro, tanto altro.

Nessuno di noi può affermare con certezza cosa ci sarà al termine della vita che stiamo attraversando, ma ad ognuno di noi (credo) piacerebbe ricevere quell’abbraccio che la bimba del video riceve verso la fine del cortometraggio.

Non son mai stato in Messico, ma mi piacerebbe partecipare a questa festa. Alla celebrazione della Morte nella nostra Vita.

Ricordo che quando ero ragazzo, quando assistevo ai funerali al mio paese, ero un po’ basito quando il prete spronava le famiglie a non piangere, ma (anzi) ad essere felici.
Io lo bollavo come sempliciotto (“Ma come fa a dire una cosa così di fronte al dolore di una famiglia che sta salutando il proprio caro?”).
Ora rivaluto quelle parole.
Da un punto di vista Cattolico, ciò che aspetta un defunto è una festa. Eterna.
Da un punto di vista della Vita, temere in maniera cieca la Morte ci blocca: congela il nostro senso della Morte e congela il nostro Senso della Vita.

Non ci sono ricette, ovviamente.
Tantomeno mi permetterei di scriverle qui.

Ma se ballassimo un po’ coi nostri morti?
Se colorassimo le nostre Vite come il viso della bambina ad un certo punto del video?

A lei rimane un fiore, tra i capelli.
A noi potrebbe rimanere un sorriso, un ricordo, una lacrima, una voglia di raccontare (perchè non farlo, in quel caso?), una voglia di ballare o di dire… GRAZIE.

0
Share

- Luca Leoncini